Una serata a Montespertoli

Venerdì scorso ero invitato a Montespertoli per una serata organizzata dalla locale lista civica denominata “Bene Comune”. L’idea degli organizzatori era di raccogliere alcune esperienze reali di attività di partecipazione attiva che avessero avuto un certo successo.

Assieme a me erano stati invitati Domenico Finiguerra, l’ormai famoso sindaco di Cassinetta di Lugagnano che ha raccontato dell’esperienza partecipata che ha portato alla nascita del suo comune a “Crescita Zero” (guardate la prossima puntata di Report se non ne sapete nulla) e  Angelo Cirasino della Rete del Nuovo Municipio che ha raccontato di alcune interessanti esperienze di percorsi di partecipazione allargata, cito per tutti quello che ha portato alla progettazione della pista ciclabile di Grottammare.

E io di cosa parlo?

Il mio intervento è arrivato per ultimo, e fino a un secondo prima di aprire bocca ero molto indeciso su cosa dire. Non si può raccontare la Transizione in 15 minuti, non in un modo veramente comprensibile. La cosa che però avevo notato subito era la disposizione delle persone del pubblico nella sala.

I presenti avrebbero potute riempire al massimo 3 o 4 file di sedie, ma si erano sparpagliati per tutta la platea (una sala piuttosto grande) in modo da distanziarsi gli uni dagli altri. Una prova molto evidente della mancanza di unità, di confidenza e di relazione tra gli intervenuti.

La partecipazione il più delle volte non funziona

Così ho pensato di spiegare che la partecipazione, il più delle volte, non funziona. Non perché non sia una modalità valida, ma perché non se ne comprende la natura.

Il più delle volte la si sceglie, o peggio la si impone, semplicemente perché sembra una cosa meno sporca o alternativa a altri metodi. Ma la partecipazione mal fatta e mal partecipata è senz’altro peggiore di un saggio dirigismo.

La partecipazione molto spesso è solo un paravento, è finta, è proposta da qualcuno che ne accetterà i risultati solo se corrispondono a quello che era stato già deciso in anticipo (lo abbiamo visto succedere milioni di volte).

Allora può essere utile un approccio pragmatico al problema. Ci sono infatti ottime ragioni per adottare la partecipazione in molti processi decisionali e non solo nel campo del sociale.

La scienza dice: il gruppo pensa meglio

La ricerca ha ormai confermato ampiamente il fatto che un gruppo eterogeneo, se messo nelle condizioni giuste, pensa meglio di un “esperto” o di un gruppo di esperti di un determinato settore.

Questo è talmente vero ed efficace che paradossalmente i sistemi di partecipazione decisionale si stanno diffondendo in modo più rapido nelle aziende che nel sociale. Nelle aziende infatti ci sono meno ideologie da sconfiggere, contano i risultati e il fatturato, quindi se questo sistema si rivela più efficace e produttivo di altri viene adottato basta.

Se si parte con questa certezza è più facile convincersi a mettere in piedi percorsi di partecipazione che siano reali e sinceri perché producono un maggior beneficio per la comunità (oltre a un’ampia serie di benefici effetti collaterali che non mi dilungo qui a descrivere).

Così ho consigliato alle persone presenti a Montespertoli di leggere “La saggezza della folla” (e se qualcuno legge in inglese anche “We-Think“). Potrebbero davvero aprire nuovi orizzonti.

Per cambiare il mondo basta essere in pochi

Un’altro degli ostacoli classici che si incontra nei processi di partecipazione è quello del “non saremo mai abbastanza”. Spesso le persone non partecipano (anche quando i processi di partecipazione sono sinceri) perché hanno la sensazione che il loro impegno alla fine risulterà irrilevante.

Si arriva a paradossi incredibili del tipo: gli organizzatori propongono un percorso di partecipazione pensando però in cuor loro che le persone che parteciperanno saranno poche e che anche se fossero molte comunque si otterrebbe poco. Lo fanno solo perché qualcosa si deve pur fare e questo comunque è il modo giusto di farlo.

Chi partecipa lo fa perché qualcosa si deve pur fare anche se pensa che probabilmente si otterrà poco o nulla.

Molti vorrebbero partecipare, ma pensano che tanto sia inutile, quindi vanno al cinema.

Ne scaturisce una probabilità di successo dell’iniziativa davvero bassissima e un’energia potenziale spendibile quasi inesistente.

La ricerca ci dice invece che la realtà quotidiana delle cose è ben diversa. Grandi processi di cambiamento sono quasi sempre messi in atto da un piccolo numero di persone molto motivate che operano fino a raggiungere la massa critica necessaria a far sì che il cambiamento proposto si propaghi autonomamente autoalimentandosi.

Ancora una volta chi fa marketing conosce perfettamente il meccanismo e lo utilizza tutti i giorni per modificare mode, costumi, stili di vita, attitudine al consumo. Il più delle volte chi lavora nel sociale invece non conosce questa dinamica e finisce per esaurire le proprie risorse prima di aver raggiunto la massa critica.

Se invece si agisce con una certa consapevolezza di questo meccanismo le probabilità di successo aumentano vertiginosamente. Non è un caso che Bill Mollison, uno dei fondatori della permacultura, ha spesso scritto “Non posso cambiare il mondo da solo, dobbiamo essere almeno tre”. È una grande verità che vi invito a cominciare ad esplorare leggendo “Il punto critico“.

Gli strumenti giusti

Allentare un dato è difficilissimo senza una chiave inglese, ma con lo strumento giusto diventa davvero semplice e alla portata di tutti. Spesso non disponiamo degli strumenti e delle consapevolezze necessarie a potare avanti le nostre idee. Spesso pensiamo che la buona volontà si sufficiente, ma non basta.

Una delle cose più utili che il movimento di Transizione ha fatto è proprio quella di raccogliere strumenti e competenze utili a far funzionare i processi che propone. Consiglio a tutti di usarli e vedranno il mondo attorno a loro cambiare molto in fretta.

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