La Transizione a Barcellona

Ieri è venuta a trovarmi Silvia, bioarchitetto e globetrotter della sostenibilità, provvisoriamente (?) stanziata a Barcellona. Da quelle parti si sta discutendo molto di Città di Transizione e lei e un gruppo di persone a lei collegate stanno compiendo una specie di ricerca allargata su come questo movimento si sta propagando in giro per il mondo.

Era già stata a Totnes per farsi un’idea di quel che succedeva là e ha esperienze di permacultura, pratiche sostenibili, cooperazione internazionale e associazionismo che cerca di conciliare con la sua attività di dottorato universitario. Sperimenta quindi a pieno regime la strana schizofrenia di quest’epoca di passaggio dall’età della crescita a non si sa bene cosa, di oscillazione tra la filosofia business as usual e quella della fuga in cima alla collina.

Ancora una volta abbiamo parlato della Transizione nelle città e di come potrebbe essere applicata nei contesti metropolitani. Come la sera prima a Ferrara le ho spiegato che non credo esistano veri ostacoli se anche all’interno di una città siamo in grado di individuare un luogo fisico dai confini relativamente definiti e soprattutto un gruppo umano di dimensioni ragionevoli (direi che 7/8000 potrebbe essere un tetto massimo oltre il quale serve un altro gruppo guida per facilitare il processo).

E allora lei mi ha raccontato la sua Barcellona e il suo quartiere. Uno scenario che non avevo mai preso in considerazione e per il quale non ho proprio nessuna risposta pronta. Lei vive in una zona popolata da turisti e da un complicatissimo tessuto di migranti volontari in continua evoluzione . Studenti, ricercatori, gente di passaggio per lavoro o per chissà che cosa. Molti rimangono sei mesi, altri qualche anno, ma i più, a un certo punto se ne vanno a continuare la propria vita altrove.

In questo crogiolo interculturale si infiammano spesso grandi energie, ma poi si combina poco perché le persone non rimangono e non si possono fare progetti nemmeno a breve scadenza. A me è sembrato il posto meno adatto per intraprendere un’iniziativa con il metodo Transition eppure è proprio lì che in Spagna ci stanno pensando con più intensità. Succederà qualcosa? Sarà un focolaio per il contagio di realtà spagnole meglio riconducibili al concetto “classico” di comunità? Sono davvero curioso.

Silvia tienici informati.

2 Risposte to “La Transizione a Barcellona”

  1. Stella Says:

    E’ un punto di vista interessante perchè le persone sono mobili e alcuni son più nomadi di altri e bisogna trovare un bandolo anche per gli sradicati.
    Proprio l’altra sera a Ferrara quando alla fine si è detto che la transizione deve avere una dimensione territoriale precisa e limitata mi son sentita tagliata fuori, son da quasi 4 anni a Ferrara, il mio radicamento sul territorio è intenso in termini di relazioni ma nullo dal punto di vista territoriale e sicuramente non siamo stanziali. Per cui mi chiedevo, e se cambio casa? e se non sento questa dimensione del quartiere o della contrada? Son contenta ci stiano pensando anche altri perchè confido ci sia una soluzione. Per ora ci stiam piazzando sulla cartina di ferrara per capire almeno dove siamo🙂
    notte

  2. silvia Says:

    Hola e buon anno!
    La tranizione in una grande città o per persone chiamiamole “sradicate” forse non può facilmente riconoscersi in un movimiento.
    In realtà i movimenti di un’epoca di transizione sono tanti e, pur con differenti nomi, molti puntano agli stessi obiettivi.

    Ciò che comunque può unire è l’atteggiamento attento e pro-attivo al cambio.

    A Barcellona non c’è un focolare che accende piccole fiamme attorno a sè , ma tante piccole fiamme sparse che formano poco a poco una rete.
    Chissà non possiamo prendere Barcellona come un esempio di Transition Town, pero sì come un sistema dinamico di iniziative, interventi, etc.

    Nei vari quartieri l’associazionismo da vita, per esempio, agli orti urbani…ogni orto nasce e si evolve in un contesto differente.

    L’orto di gracia nasce da un tessuto associativo locale e strutturato ,
    http://horteres.wordpress.com/

    l’orto del raval come tentativo in un tessuto, al contrario, poco compatto, tra attivisti e immigrati,
    http://hortdelxino.wordpress.com/acerca-de/

    l’orto del forat come accordo successivo a problemi amministrativi …
    http://lhortetdelforat.blogspot.com/

    e cmq ognuno serve e fa parte della rete che instaura con gli altri.

    Tornando agli sradicati e ai globtrotter (che siamo tanti), è evidente che, anche se la finalità sia la “localizazzione”, viviamo in un sistema ben ampio di reti (di spostamenti, di comunicazioni informatiche, di contatti umani) e che questo fa parte della realtà da cui partiamo e che non possiamo non accettare.

    E cmq, è lo stesso atteggiamento attento, cosciente, pro-attivo che ci unisce e con il cuale possiamo trasformare i “problemi” in opportunità😉

    Me lo auguro, ce lo auguro:-D

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