Rilocalizzazione alimentare targata Japan

Pino mi ha segnalato questo filmato giapponese (sottotitoli in inglese) sulla rilocalizzazione alimentare. La comprensione dell’importanza di questo processo si va diffondendo, anche se allo stesso tempo assistiamo a situazioni paradossali, come quella degli agricoltori italiani che non seminano il grano perché i prezzi sono troppo bassi.

Uno dei primi problemi che una comunità di transizione dovrebbe porsi è proprio questo: qual è il nostro grado di autonomia alimentare? Quanto cibo si produce nel nostro territorio? Quanto dipendiamo da alimenti prodotti lontano e trasportati fino qui? Che succederebbe in un futuro in cui i trasporti diventassero molto costosi e i fertilizzanti scarsamente disponibili?

Le previsioni per gli scenari futuri dovrebbero portarci a chiederci queste cose, ma anche in assenza di pressioni esterne (picco del petrolio, crisi economica) dovremmo chiederci: com’è il cibo che mangiamo? È gustoso? È sano? È sostenibile?

Gli effetti del cambio di dieta sulle persone sono incredibili, l’esperienza inglese di eliminazione del cibo spazzatura dalla scuole pubbliche è stata un esempio lampante di quanto incidesse la dieta nel comportamento sociale dei ragazzi.

Verdure, frutta fresca, diminuzione dei grassi e degli zuccheri hanno cambiato il carattere delle scolaresche riducendo in modo assolutamente inaspettato aggressività e nervosismo mentre aumentava la propensione alla socializzazione e alla concentrazione.

Non è quindi un caso che uno dei trend più cool del momento, anche nei grattacieli delle metropoli, stia diventando l’autoproduzione del cibo. Si va dai germogli di soia coltivati sul davanzale a veri e propri orti urbani ipertecnologici.

L’idea dell’autoproduzione può sembrare a molti impraticabile, specie in ambiente urbano, ma esistono molti altri modi per arrivare a una produzione alimentare localizzata di un certo rilievo: sostenendo gli agricoltori locali, praticando l’agricoltura sociale, favorendo la nascita di orti urbani, stimolando i negozianti ad acquistare prodotti a km zero.

Il tutto ovviamente utilizzando tecniche di agricoltura biologica che arricchiscano i terreni, combattano erosione e impoverimento, proteggano e favoriscano la biodiversità, portino sulle nostre tavole cibi sani e privi di veleni.

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