Io e l’incontro di Alcatraz: 2

Leggi l’articolo precedente.

Serve una transizione, si diceva, e una transizione consiste nel passare da una certa condizione a una diversa.

Per fare una transizione occorre quindi un’idea di dove si vuole andare: serve un punto di arrivo.

IL MODELLO DELLA PERMACULTURA

La Transizione (notate in questo caso la t maiuscola), quella germinata dalle idee di Rob Hopkins, vuole andare verso un mondo che adotti come principio ispiratore il paradigma della permacultura.

Maria Luisa Bisognin ci ha spiegato durante l’incontro di Alcatraz come questa disciplina sia nata proprio dall’esigenza di immaginare un diverso rapporto tra l’uomo e il mondo. La permacultura vuole progettare insediamenti umani che si integrino nel miglior modo possibile con i sistemi naturali, che facciano squadra con piante, e animali per produrre benefici comuni.

Per fare questo la permacultura cancella uno dei grandi equivoci dei nostri tempi, quello che vede l’uomo come entità superiore e in qualche modo esterna alla biosfera terrestre. Lo ricolloca invece all’interno del sistema e intuisce che gli ultimi 100/200 anni hanno rappresentato la nostra adolescenza tecnologica e ci hanno forse portati, a causa dell’entusiasmo e dell’inesperienza a fare tante conquiste, ma anche tantissimi errori.

Da qui in avanti dovremo essere più saggi e continuare a progredire apprendendo da chi è molto più avanti di noi: la natura stessa.

La capacità di fotosintesi di una foglia, fa impallidire i progettisti di pannelli solari. L’efficienza energetica dei sistemi naturali fa apparire le attività umane come goffi tentativi di dilettanti allo sbaraglio.

La natura non produce rifiuti, noi anneghiamo negli scarti delle nostre attività.

I PRINCIPI

Negli anni ’70 Bill Mollison e David Holmgren intuiscono tutto questo e cominciano a elaborare un nuovo approccio alla progettazione degli insediamenti umani. Ben presto capiscono che ci sono alcuni principi etici che devono costituire i fondamenti della loro disciplina e li sintetizzano in questo modo:

  • Prenditi cura della terra (preserva il suolo, le foreste e l’acqua)
  • Prenditi cura delle persone (di te stesso, di famigliari e amici, della comunità)
  • Ripartisci con giustizia (poni limiti al consumo e alla riproduzione, e ridistribuisci il surplus)
Da questi vengono poi elaborati i principi che guidano ogni progettazione e ogni intervento. Sono enunciazioni apparentemente semplici, ma che in realtà costituiscono un sistema filosofico estremamente potente e rivoluzionario rispetto all’assetto attuale:
  1. Lavora con e non contro.
  2. Tutto influenza tutto: individua le relazioni funzionali fra i vari elementi.
  3. Rifletti prima di agire e fai il minimo cambiamento per ottenere il massimo risultato.
  4. Gli errori sono occasioni per imparare.
  5. Ogni elemento di un sistema naturale svolge molte funzioni, cerca di sfruttare tutte le potenzialità di ogni elemento.
  6. Ogni funzione può essere esercitata da più elementi. Progetta in comdo che tutte le funzioni importanti possano essere svolte anche quando qualche elemento non funziona.
  7. Il tutto è più della somma delle parti.
  8. Ogni problema contiene in sé la soluzione: trasforma i limiti in opportunità.
  9. Favorisci la biodiversità: progetta in modo da aumentare le relazioni fra gli elementi piuttosto che il numero degli elementi.
  10. Minimizza l’apporto di energia esterna, progettando sistemi che sfruttano le risorse presenti in loco, ricicla e riutilizza il più possibile.
  11. Pianifica gli sviluppi futuri.

Ecco dove vuole andare la Transizione, verso un sistema sociale, abitativo e produttivo che si avvicini il più possibile a questi fondamenti etici e a questi principi operativi.

UNA SCIENZA DEL BUON SENSO

Seguendo le idee della permacultura si possono progettare ecovillaggi come quello che ci ha presentato Marilia Zappalà. Si tratta di un’applicazione estremamente pura dell’idea di vita a bassissima impatto ambientale con un consumo energetico davvero ridotto. Ma non è questa l’unica possibilità.

La permacultura è applicabile anche in ambiente urbano o rurale, può guidare la riorganizzazione di spazi esistenti, sistemi agricoli e produttivi, spazi di lavoro. Alcuni esempi possono essere utili a capire meglio il concetto.

La rilocalizzazione alimentare è una delle attività in cui si impegnano le comunità di Transizione. Non si tratta solo di un modo per difendersi dalla possibile scarsità di prodotti alimentari che potrebbe sopravvenire in un mondo in cui i trasporti diventano difficili e costosi a causa dell’aumento del prezzo del petrolio.

È qualcosa di molto più profondo e importante.

Significa in primo luogo ricostruire un rapporto diretto con le risorse del proprio territorio e misurare i propri consumi su un parametro di sicura sostenibilità. Significa impegnarsi a migliorare, arricchire e proteggere la terra perché possa dare raccolti abbondanti e di buona qualità (Prenditi cura della terra).

Significa che effetti e responsabilità delle azioni che si compiono ricadono immediatamente sulla comunità, e questo, solitamente, rende più saggi (Rifletti prima di agire – Pianifica gli sviluppi futuri).

PROGETTARE E VIVERE RESPONSABILMENTE

Infatti non ci importa se a migliaia di chilometri di distanza si usano veleni e sostanze nocive in agricoltura, ma se questo accade fuori dalla finestra di casa, le cose cambiano.

Non ci importa se l’energia che consumiamo è prodotta in modo sporco e inquinante, basta che accada fuori dal nostro sistema percettivo, ma se dovessimo scegliere come produrla nel nostro giardino, sceglieremmo sicuramente fonti pulite e rinnovabili.

Se si opera all’interno del sistema “comunità” e di un territorio definito cercando di applicare un’ottica di sostenibilità quel sistema tende a diventare via via sempre più efficiente, virtuoso e resistente ad eventuali shock esterni (aumenta la resilienza). Questo perché diventa più evidente e immediato il legame tra le nostre azioni e le conseguenze che comportano.

Così, invece di produrre circuiti viziosi, si producono catene di circuiti virtuosi che aumentano il benessere e la ricchezza della comunità. Se si decide di coltivare un bosco, magari di alberi che producano frutti commestibili, si ottiene cibo, biomassa per produrre energia, foraggio, materiale da costruzione, animali che possono crescere liberi tra gli alberi, si fissa co2, si migliora la qualità dell’aria, si combatte l’erosione del terreno, ecc (Ogni elemento di un sistema naturale svolge molte funzioni…).

Se si decide di coibentare meglio le abitazioni, di raccogliere e utilizzare l’acqua piovana, di utilizzare la luce del sole per riscaldare acqua e spazi abitativi (Minimizza l’apporto di energia esterna…), ci si libera dalla dipendenza dalle fonti energetiche fossili, si riduce drasticamente l’inquinamento, si creano posti di lavoro, ecc.

La permacultura aiuta a fare tutte queste cose nel modo più economico e naturale. A volte un albero piantato nella posizione giusta con la sua ombra può evitare la necessità di un impianto di aria condizionata. La corretta progettazione di un orto o di un giardino può consentire di risparmiare acqua e lunghi lavori di manutenzione.

In altre parti del mondo si sta già applicando questo tipo di progettazione per realizzare progetti di agricoltura commerciale, aree residenziali, e abitazioni private.

Paradossalmente, molti dei principi e delle osservazioni di Mollison e Holmgren combaciano perfettamente con le idee su cui stanno lavorando i laboratori scientifici più avanzati.

Anche gli studiosi più ortodossi stanno iniziando ora a prendere in serissima considerazione l’idea di imitare la natura per poter controllare processi che attualmente ci sono in gran parte sconosciuti. Arrivando perfino a pensare di usare direttamente le risorse naturali al posto delle tecnologia: se un albero è più efficiente di un pannello solare, usiamo un albero.

UNA SISTEMA GLOBALE STRATIFICATO

In tutto questo non bisogna però commettere l’errore di considerare questo processo come un percorso verso l’autarchia e l’isolamento delle singole comunità. Il livello locale può tranquillamente convivere con vari altri livelli produttivi, economici, commerciali e culturali. Basta che si continui a perseguire un ottica di sostenibilità. 

Non ha senso cercare di produrre un personal computer nel proprio garage, così come non ha senso magiare mele che sono state prodotte a 2000 chilometri di distanza. Il segreto potrebbe essere quello di costruire un “mercato” fatto di molti livelli tutti pensati per contribuire all’efficienza generale del sistema mondo.

continua…

2 Risposte to “Io e l’incontro di Alcatraz: 2”

  1. Vieri Says:

    11 punti fantasmagorici !! Grazie !!!

  2. Cristiano Says:

    Devo dire che i 12 rielaborati da Holmgren nel suo ultimo libro sono ancora più potenti…

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: