Nucleare, una scelta poco intelligente

Ecco come Peter Buynard affronta il problema strategico della scelta di un’energia per il futuro della Gran Bretagna. Dal suo quadro emergono piuttosto chiaramente la strumentalità di una scelta verso il nucleare e molte indicazioni preziose per la costruzione di sistemi di produzione localizzati ed efficienti.

La traduzione è ancora una volta di Francesca. Grazie.

SALVATI DALL’ATOMO

Peter Bunyard, editor scientifico
The Ecologist, UK
12 giugno 2008

Bene, ci siamo: il nucleare ci sta per salvare, ancora una volta. Una volta ci salvò dal carbone, e oggi ci salverà, se il resto del mondo seguirà il nostro esempio, dal  riscaldamento globale. 

Nel marzo di quest’anno il ministro dell’economia John Hutton ha annunciato a UNITE, un’unione di commercio del settore dell’energia con ventiseimila membri, che non solo i ventiquattro reattori che già provvedono al 20% del nostro consumo di energia elettrica saranno sostituiti, ma che faremo molto di più, ispirandoci ai risultati ottenuti dalla Francia, dove più dei tre quarti del consumo di energia elettrica provengono dal nucleare.

Hutton ha annunciato non solo la creazione di un movimento di venti miliardi di sterline, ma anche di centomila nuovi posti di lavoro, in un circolo virtuoso come quello messo in opera ai tempi della Sizewell B – dopo il 1994 [1] -, la cui costruzione ha richiesto sette anni e ha impiegato quattromila persone provenienti da tremila imprese britanniche.

Fiuuu, problema risolto, allora. Possiamo scordarci i nostri patemi – saranno in grado di farcela, le fonti rinnovabili? – e tutte quelle orribili discussioni sugli impianti eolici che distruggono il panorama (in particolar modo visto che non sappiamo se il vento soffierà oppure no).

Fosse così facile…

Ci si vuole convincere che il nucleare ci consentirà di mantenere il nostro stile di vita attuale senza mettere a repentaglio il nostro futuro con il riscaldamento globale, o per l’esaurimento delle riserve di petrolio a causa di una domanda che cresce più della scoperta di nuovi giacimenti. Ma come vedremo si tratta di un pernicioso inganno: qualunque siano i pro e i contro, il nucleare non può essere la panacea per tutti i problemi energetici del mondo, e certamente non èquella soluzione verde e a basse emissioni di carbonio che cerchiamo come risposta al problema del cambiamento climatico. 

D’altra parte ci siamo già passati. Ci sono alcuni tra noi che già, in passato, si sono schierati contro il programma nucleare, a causa dei costi, dei rischi legati alla sicurezza, della minaccia della proliferazione degli armamenti nucleari, del continuo inquinamento radiattivo, e che hanno partecipato alle inchieste pubbliche [2], dalla Windscale Inquiry degli anni Settanta alla Sizewell Public Inquiry degli anni Novanta, vedendo peraltro solidi, fondati argomenti spazzati via nel rapporto finale degli ispettori; costoro avranno la sensazione, ora, di essere tornati esattamente al punto di partenza.

Le stesse preoccupazioni di prima – la sicurezza, lo smaltimento dei rifiuti radiattivi, la prevenzione del terrorismo e la preoccupazione nei confronti degli stati canaglia, l’impatto sulla salute pubblica dei sottoprotti della fissione e degli elementi transuranici – tutto ciò di nuovo alla nostra attenzione.

E ancora: se proseguiamo con un nuovo programma nucleare potremmo in tutta coscienza negare a nazioni ‘sospette’ come l’Iran o la Corea del Nord il diritto di costruire i loro propri reattori nucleari ‘civili’? Non che le nostre mani siano immacolate, d’altra parte. Negli anni Sessanta e Settanta abbiamo estratto plutonio dai nostri reattori civili Megnox [3] e inviato il materiale fissile agli Stati Uniti, per il loro arsenale nucleare.

DECOSTRUIRE IL MITO

E’ essenziale rivedere il mito del nucleare come fonte di energia in grado di ridurre le emissioni di gas serra. Già venticinque anni fa William Keepin, un energy analyst statunitense, sottolinava che se i paesi della OECD (Organization for Economic Co-operation and Development) mettessero in atto un piano nucleare accelerato con lo scopo di ottenere entro il 2010 il 70% della propria energia da fonte nucleare, come già avviene in Francia, riuscirebbero ad abbattere le proprie emissioni di anidride carbonica al più del 7%.

Inoltre i tentativi di riduzione delle emissioni di carbonio – invero abbastanza deboli da parte del governo britannico, per ora – vanno valutati nel contesto più ampio dell’impatto globale dell’attività umana sull’ecosistema: in particolare la distruzione delle foreste pluviali provoca, da sola, dal 20% al 30% delle emissioni di carbonio annue su scala mondiale.

Se davvero si intendesse sostituire la produzione di energia da sorgenti fossili con il nucleare a livello planetario, l’unica via per cambiare davvero la situazione, avremmo bisogno di un piano immediato per la costruzione entro il 2020 di almeno cinquemila impianti dell’ordine del GigaWatt. Dovremmo inaugurare la costruzione di un nuovo reattore ogni due giorni, con un costo di venti milioni di milioni di sterline, ovvero qualche migliaio di volte il costo di tutto il programma nucleare britannico previsto per il prossimo ventennio. Inoltre, dopo una generazione di diciamo trenta o quarant’anni, tutto il processo dovrebbe ripartire daccapo.

Anche ammettendo che fossimo in grado di identificare abbastanza siti adatti alla costruzione dei i reattori, e che avessimo sufficiente acqua per raffreddarli tutti, i costi monumentali renderebbero il ricorso al nucleare alla portata solo di pochissime nazioni.

Inoltre: senza combustibili fossili non si può avere potenza nucleare, e continuerà ad essere cosìI combustibili fossili sono necessari per l’estrazione dell’uranio, per trasformare il minerale, per accendere il reattore, per costruire l’impianto, per fare funzionare i dispositivi di raffreddamento e gli impianti di riconversione, la rete elettrica… per non parlare poi del trasporto di tutto questo combustibile, sia esso per ferrovia, mare o strada! 

Quindi il costo della produzione nucleare non può non tenere conto del costo del combustibile fossile che usa, e se il prezzo di quest’ultimo sale, sale anche il prezzo del nucleare: una tassa sull’uso dei combustibili fossili risulterebbe automaticamente in costi superiori di costruzione e di mantenimento per il nucleare. 

E neppure le emissioni di carbonio sarebbero poi così trascurabili:  un programma nucleare planetario supererebbe in emissioni quelle attuali da combustibile fossile, come vedremo.

In questo contesto il governo britannico, cercando di promuovere l’idea del nucleare come ‘la’ soluzione a tutti i problemi, è un esempio pericoloso. In Francia ci sono sessanta stazioni nucleari che generano 375 TeraWatt/ora (TWh = un milione di milioni di Watt/ora) all’anno; le emissioni di anidride carbonica legate al nucleare ammontano a più di tredici milioni di tonnellate, o circa il 9% delle emissioni totali del paese, secondo le stime dell’Oko-Institute tedesco, che considera nel computo il costo in emissione di tutti i processi necessari a rendere operative le stazioni. Ciò include l’estrazione dell’uranio, l’arricchimento dell’uranio per aumentare la percentuale di materiale fissile, la costruzione del reattore, l’estrazione e la trasformazione del combustibile impiegato, lo smaltimento e la custodia a lungo termine dei rifiuti radiattivi, e infine lo smantellamento del reattore.

E non finisce qui. Una abitazione media in un paese industrializzato come la Gran Bretagna consuma i due terzi dell’energia domestica per il riscaldamento, e solo un terzo per apparecchiature elettriche. Perfino in Francia, dove il nucleare è così incentivato, i consumatori preferiscono usare il gas naturale per i boiler per l’acqua calda, la cucina e il riscaldamento, invece di ricorrere alla costosa energia elettrica.

Se ci convincessero all’uso esclusivo dell’elettricità nelle abitazioni, anche per il riscaldamento, la domanda salirebbe e dovremmo costruire nuovi impianti.

Garantire la continuità delle forniture in modo che i consumatori possano ottenere quello che desiderano nel tempo di pressione di un interruttore richiede che la disponibilità di una capacità di riserva da impiegare solo in corrispondenza dei picchi di domanda. Ma gli impianti di riserva devono essere mantenuti attivi anche quando non servono per rispondere ai picchi di domanda.

La Francia, per esempio, ha una capacità elettrica totale di 110 mila MegaWatt, 63 mila dei quali provenienti dal nucleare. Una frazione significativa di tale capacità è ora utilizzata inefficientemente per fare fronte alla domanda nei momenti di picco: una domanda di 70 mila MegaWatt in inverno, ovvero più di tre volte il carico che si registra in estate.

Oggi estraiamo l’uranio dai migliori materiali grezzi, che contengono una percentuale di uranio dello 0.2%. Per alimentare un solo PWR – reattore ad acqua pressurizzata – come quello di Sizewell B occorre estrarre circa 96 mila tonnelate di roccia e sabbie. Queste grandi quantità di materiale estratto devono essere movimentate, prima ancora di essere processate per ottenere il materiale grezzo. Il materiale estratto inoltre viene parzialmente trattato in sito, e ciò che viene scartato come sfrido è pericolosamente radiattivo a causa della presenza di torio, radio e radon.

Sono rilevabili tracce di radon fino a 1.000 miglia di distanza dal giacimento da cui è stato estratto. La radioattività del combustibile usato in un anno per mantenere in esercizio un reattore è di circa 10 curie, quella degli sfridi qualcosa come 60 curie. Dopo un anno nel reattore il combustibile diviene enormemente radiattivo, nell’ordine di 170 curie, con tutto il potenziale per contaminare enormi aree di territorio, come è avvenuto dopo il disastro di Chernobyl, nel maggio del 1986.

Un incidente simile in Gran Bretagna, o giusto al di là del Canale, in Francia, potrebbe compromettere irreparabilmente l’agricoltura per i cento anni successivi; senza pensare poi alla necessità di evacuare milioni di persone, almeno per il resto delle loro vite. 

I reattori moderni, che totalizzano 350 GigaWatt, producono circa il 3% del consumo energetico mondiale, consumando qualcosa come 60 mila tonnellate di uranio naturale all’anno. A questo ritmo le riserve di uranio naturale recuperabile in modo economicamente conveniente – circa 10 milioni di tonnellate – basterebbero per meno di un secolo. Un programma nucleare planetario di circa mille reattori consumerebbe l’uranio in cinquant’anni, e se tutta l’elettricità del mondo, attualmente circa 60 Exajoule o 17 mila TeraWatt-ora (milioni di milioni di Watt-ora), fosse generata da reattori nucleari, le riserve sarebbero esaurite nel giro di cinque anni.

Vero, il mondo contiene masse enormi di uranio, milioni e milioni di tonnellate. La fregatura è che la concentrazione media nella crosta terrestre è solo dello 0.0004 per cento, duemila volte inferiore nelle acque marine. Solo per estrarre l’uranio per l’uso di un reattore nucleare spenderemmo molta più energia di quella guadagnata  – un esercizio  inutile come cercare il vento nel Doldrum [4]. Anche a concentrazioni più alte, come nella regione del Tennessee negli Stati Uniti, dove si raggiungono valori tra lo 0.1% e lo 0.01%, la quantità di energia guadagnata per unità di massa estratta a fatica rende vantaggioso il processo.

Il nucleare su vasta scala non solo ci costerebbe caro in termini economici, ma porterebbe anche a emissioni di gas serra maggiori rispetto all’eventualità che non ci imbarcassimo in un tale programma. Infatti, scendendo sotto una concentrazione di 50 parti per milione, l’energia ottenuta non sarebbe più ecologica di quella ottenuta dal carbone, assumendo che l’uranio fosse impiegato in un ciclo di combustione continuo, e che non fosse riprocessato, ma stoccato in un deposito a lungo termine. A parte il sollevarci dagli evidenti rischi di dissolvere il combustibile esaurito in acido e conservare la massa di rifiuto radiattivo in contenitori di acciaio inossidabile fino a quando un sito di smaltimento definitivo fosse trovato, il riprocessamento offrirebbe davvero poco, forse nulla, in termini di energia guadagnata dall’estrazione e riutilizzo di uranio e plutonio in MOX (miwed oxide fuel) [5].

Quando l’industria nucleare dovesse ricorrere a giacimenti meno ricchi in concentrazione, una stazione a gas o un impianto di cogenerazione che generi simultaneamente elettricità e calore per uso domenstico e industriale avrebbe una riuscita migliore in termini di emissioni di anidride carbonica. E se potessimo avere un impianto di cogenerazione alimentato a biogas, allora le emissioni di anidride carbonica sarebbero sette volte inferiori a quelle di una combinazione nucleare/gas naturale come quella usata attualmente nella maggior parte delle case francesi. Se il consumatore potesse ottenere sia elettricità che calore da una centrale di cogenerazione, il ritorno in efficienza ammonterebbe al 90% della energia originaria, e, quindi, circa tre volte meglio che se l’elettrcità proveniente dal nucleare fosse la sola fonte di energia nella casa. 

GUARDARE AL LOCALE

Per valutare in modo efficace le emissioni di gas serra, quindi, bisogna tenere conto, quando si fa il computo delle emissioni totali, anche del metodo di produzione. In termini di emissioni di gas serra un impianto di cogenerazione a carbone o a derivati del petrolio immette in ambiente la metà dei gas serra rispetto ad una produzione combinata nucleare/gas naturale. Ma questo dato è stato nascosto da lungo tempo dietro il vantaggio in potenza di 300 volte del nucleare rispetto al carbone sbandierato dai sostenitori del nucleare.  Ma un impianto di cogenerazione alimentato a gas naturale è paragonabile alla combinazione nucleare/gas naturale in termini di emissioni, ma è molto più economico per il consumatore semplicemente perché è tre volte più efficiente nel fornire energia per l’utilizzo finale.

Sempre di più la produzione locale ‘embedded’, come ad esempio da un impianto eolico o da una stazione di cogenerazione, è una sfida all’idea di impianti di grandi dimensioni che distribuiscono l’energia su una grande rete centrale. In un mondo sempre più competitivo in termini di riduzione dei costi una inefficiente, costosissima centrale nucleare, che richiede un sistema di sicurezza inespugnabile in un mondo sempre più turbolento, è un anacronismo, specialmente quando teniamo conto anche delle limitazioni imposte dalla disponibilità di minerale grezzo contenete uranio.

Le fonti rinnovabili sicuramente contribuiranno in modo prezioso alla nostra domanda di energia, specialmente quando accoppiate con metodi di utenza più efficienti e a pratiche di risparmio di energia. Se volessimo coprire con l’eolico il 20% del fabbisogno della Gran Bretagna (80 TWh TeraWatt/ora), i mulini coprirebbero soltanto l’un per cento della superficie del paese (in termini di spazio necessario tra una stazione e l’altra). In linea di principio la Gran Bretagna potrebbe coprire il 20% del proprio fabbisogno attuale usando l’eolico installato su terra ferma. Aggiungiamo a questo l’eolico proveniente da installazioni offshore e la proporzione potrebbe salire in modo significativo, e certamente sorpassa il contrinuto attuale che viene dal nucleare, che è del 25%.

Le critiche all’eolico in particolare e alle fonti rinnovabili in generale sono dovute principalmente alla intermittenza – al fatto che non garantiscono una sorgente di energia continua nel tempo ora dopo ora, e stabile per tutto l’anno. Ma tutte queste obiezioni sono basate sull’assunzione che l’energia sia conferita all’utenza attraverso una rete centrale, in prevalenza allacciata a grandi stazioni centrali di potenza. Invece dovremmo rivolgere l’attenzione a sistemi che facciano affidamento sempre di più sulla produzione locale, embedded. Per esempio l’uso delle efficienti stazioni combinate per la produzoone di calore e energia elettrica, o anche di celle a idrogeno, insieme a sorgenti intermittenti come l’oelico, l’energia mareomotrice, il fotovoltaico, ridurrebbero significativamente la necessità di generare capacità senza ridurre la qualità di vita.

Sistemi che funzionano secondo questo principio sono operativi da almento trent’anni, e sono fondamentali nei sistemi su piccola scala usati nelle abitazioni o in piccole comunità, sia in Gran Bretagna che in altri paesi, come il Nepal, lo Sri-Lanka e la Colombia. L’idea èsemplice: una sorgente di elettricità non stabile, come ad esempio un minisistema idrico, conferisce energia a una scatola nera elettronica che divide la potenza in due flussi, uno per il riscaldamento e l’altro per le applicazioni elettriche. Quando l’elettricità non èassorbita dall’utenza, quel che resta viene convogliato in dispositivi di stoccaggio del calore, come ad esempio spire a immersione, e anche stufe. La quantità di potenza disponibile istantaneamente determina il numero di elettrodomestici che possono funzionare contemporaneamente.

Immaginate l’uso di queste scatole nere in tutto il paese: potrebbero essere installate in modo da provvedere ad una certa capacità di energia. Quando gli abitanti dormono, e quindi assorbono il minimo di potenza, l’elettricità che entra nell’edificio passa automaticamente al circuito di riscaldamneto. In effetti in ogni casa potrebbe essere garantita una quantità di base di energia, adattata di mese in mese, di stagione in stagione, che venisse utilizzata secondo le esigenze attraverso lo scambio tra i due circuiti. 

Se la domanda salisse al di sopra delle previsioni il consumatore pagherebbe per i costi marginali relativi ad un consumo di energia maggiore del previsto. Un sistema del genere non solo ridurrebbe il bisogno di generare capacità ma potrebbe essere messo in opera molto efficacemente con la combinazione di sorgenti intermittenti e embedded, ad esempio generatori altamente efficienti come gli impianti CHP [6] a biocombustibile. Essenzialmente l’impianto di backup compensa i periodi morti delle sorgenti intermittenti, come le turbine eoliche: quando i livelli di produzione delle sorgenti intermittenti approcciano il punto critico, allora il sistema di backup si attiva automaticamente, spegnendosi non appena il vento comincia di nuovo a raggiungere forza. La gestione del sistema potrebbe essere effettuata per via elettronica, in combinazione con la responsabilità individuale del consumatore, per assicurare che l’uso domestico dell’elettricità rimanga entro limiti prefissati. 

Ma stiamo andando verso il nucleare. Il governo britannico ci riporta indietro in un mondo di concetti sorpassati, che al giorno d’oggi hanno fatto il loro tempo. Un programma nucleare ci costerebbe davvero caro. Forse ci costerebbe addirittura il nostro pianeta.

— 

Peter Bunyard è editore scientifico dell’Ecologist, autore freelance e ambientalista. Ha lavorato come consulente per il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, per la relazione su Industria e Ambiente, ed è stato segretario del Comitato per gli Studi della Economia Nucleare. Membro della Linnean Society of London, ha condotto indagini sul campo nella Foresta Amazzonica sul riscaldamento globale e sul ruolo delle foreste pluviali. Vive in Cornovaglia, ed è nonno di due nipoti.

—–

Note del traduttore:

[1] Sizewell B èla più moderna stazione nucleare operativa in Gran Bretagna, costruita tra il 1988 e il 1995. Sizewell A, la stazione precente, costruita sullo stesso sito e operativa dal 1966, Ë stata dismessa nel 2006.

[2] In Gran Bretagna una public inquiry è una inchiesta istruita dal governo del Paese. Gruppi di pressione o gruppi politici possono sollecitare l’apertura di una inchiesta pubblica. I risultati dell’inchiesta formano un rapporto che viene comunicato al governo, e poco dopo reso pubblico.

[3] Il Magnox èun tipo di reattore nucleare (ormai obsoleto) che può operare sia come stazione di produzione di energia nucleare sia come impianto per la produzione di plutonio per armi nucleari.

[4] Regione tra l’Atlantico e il Pacifico, nella zona di convergenza tropicale, una cintura equatoriale a bassa pressione.

[5] Mixed oxide fuel: miscela di uranio naturale e plutonio che può essere usata come combustibile nei reattori nucleari in alternativa all’uranio arricchito.

[6] Combined Heat and Power, ovvero la cogenerazione.

————

Articolo originale
Trad. Francesca B.

Annunci

Tag: , ,

Una Risposta to “Nucleare, una scelta poco intelligente”

  1. moduli fotovoltaici Says:

    Il nucleare è molto pericoloso!!!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: