Sirene d’allarme

Grazie a Francesca, insostituibile angelo traduttore parigino, posso pubblicare la versione integrale in italiano dell’intervista a Fatih Birol della quale ho citato un piccolo stralcio in questo post. Il quadro che ne esce è piuttosto significativo rispetto allo stato delle risorse petrolifere mondiali: sembra proprio che siamo “alla frutta”.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) [1] lancia l’allarme: il mondo potrebbe esaurire le riserve di petrolio prima del previsto.

La fame contro la carestia energetica: mentre la domanda di petrolio continua a crescere, la produzione diminuisce – si intravedono scarsità di risorse, prezzi in aumento e inflazione. Fatih Birol, il chief economist dell’AIE, intervistato da Astrid Schneider auspica un netto cambio di politica da parte dei paesi membri. Il suo motto: abbandonare il petrolio prima che sia il petrolio ad abbandonare noi.

Astrid SCHNEIDER:
Signor Birol, nel suo rapporto ‘World Energy Outlook’ pubblicato nel Novembre del 2007 [2] la AIE ha avvertito per la prima volta della possibilitò di un crollo nella produzione di petrolio, e del pericolo di una scalata vertginosa dei prezzi da ora al 2015. La ragione sarebbe l’investimento insufficiente effettuato nell’industria di produzione del petrolio.

Fathi BIROL:
Infatti. Ci sono delle ragioni per le quali questo accade. La prima è la crescita della domanda, soprattutto da parte della Cina, dell’India, e dei paesi del Medio Oriente. Lo sviluppo di questi paesi è la ragione principale dell’aumento del consumo di petrolio. Neppure una recessione negli Stati Uniti potrebbe frenare di molto queste nazioni, visto che Cina e India sono sostenute da una forte crescita interna; e l’alto prezzo del petrolio aiuterebbe l’economia dei paesi del Medio Oriente. Quindi la domanda di petrolio è destinata a rimanere alta.

SCHNEIDER:
La seconda ragione… ?

BIROL:
… Ë che stiamo sperimentando un consistente declino della produzione dai giacimenti esistenti, specialmente nel Mare del Nord, negli Stati Uniti e in molti dei paesi che non fanno parte dell’OPEC [3]. Anche qui si dovrebbe investire, per arrestare questo declino. La terza ragione per la quale ci attendiamo un rischio per la produzione globale è che abbiamo controllato a tutti i progetti di sfruttamento del petrolio nel mondo: 230 in totale, in Arabia Saudita, Venezuela, nel Mare del Nord, ovunque. Anche se tutti i progetti che già sono stati finanziati fossero poi messi in opera, la capacità totale di produzione di petrolio che possono apportare Ë troppo contenuta.

SCHNEIDER:
Quanto manca?

BIROL:
Mancano esattamente 12.5 milioni di barili al giorno. Parliamo di circa il 15% della domanda di petrolio a livello mondiale (il consumo mondiale di petrolio attuale è di 84 milioni di barili al giorno, nota dell’editore). Questo gap significa che potremmo trovarci a fronteggiare scarsità di riserve e prezzi molto elevati nei prossimi anni.

SCHNEIDER:
C’è ancora un modo per evitare tutto questo?

BIROL:
Ci sono solo tre soluzioni a questo rompicapo. Prima di tutto dobbiamo aumentare drasticamente l’efficienza energetica, dobbiamo costruire automobili, camion, aeroplani più economici in termini dei consumi, per diminuire lo spreco di petrolio. Poi dobbiamo usare più combustibili alternativi nel settore dei trasporti. Ma se si guarda a quanto poco i governi stanno facendo per incentivare alte efficienze, ho poche speranze di vedere realizzato un cambio di politica in tale direzione. La terza cosa è che abbiamo bisogno di più progetti per l’estrazione del petrolio, specialmente nei paesi chiave dell’OPEC.

SCHNEIDER:
La AIE scrive che per soddisfare la domanda globale di petrolio si dovrebbero investire 5.4 milioni di milioni di dollari. In quali paesi?

BIROL:
Nei paesi del Medio Oriente con larghi giacimenti – ma non sono certo che questi paesi e le loro imprese petrolifere siano disposti ad investire quanto sarebbe necessario. Potrebbero pensare che non sia nel loro interesse incrementare troppo la produzione, così da riuscire a mantenere i prezzi
alti. Un’altra parte degli investimenti dovrebbe andare ai paesi che non fanno parte dell’OPEC, agli Stati Uniti e ai paesi sul Mare del Nord, per prevenire il declino della estrazione di petrolio laggiù.

SCHNEIDER:
Nel WEO 2007 è scritto che il rallentamento dell’estrazione del petrolio sarà compreso tra il 3.7% e il 4.2% per anno. E’ corretto?

BIROL:
Esattamente.

SCHNEIDER:
Ma questo rallentamento è ancora maggiore di quello previsto dall’Energy Watch Group! [4]

BIROL:
Le posso già dire che nel WEO 2008, che sarà pubblicato il prossimo Novembre, ci occuperemo nel dettaglio delle prospettive della produzione di petrolio e gas. Ci occuperemo dei 350 giacimenti di petrolio e gas più importanti, e indagheremo quanto la produzione stia decrescendo, e quale sia il significato di tutto questo.

SCHEIDER:
Che cosa intende dire?

BIROL:
Per quanto ne sappia questo sarà il primo studio pubblico serio nel quale ci si occupi di verificare quanto petrolio e quanto gas saranno destinati al mercato. Molti potranno trarre nuove conclusioni da questo studio.

SCHNEIDER:
Una delle affermazioni di WEO 2007 è che tutta la ulteriore produzione di petrolio debba provenire dai paesi dell’OPEC e in particolare dal Medio Oriente. Samir el-Badri, il segretario generale dell’OPEC, ha annunciato a Londra lo scorso Febbraio durante una conferenza sulla sicurezza energetica che l’OPEC intende investire 200 miliardi di dollari entro il 2012 per creare una capacità di estrazione di ulteriori 5 milioni di barili al giorno. Ma in WEO 2007 si afferma che nel 2020 avremo bisogno di ulteriori 24 milioni di barili per giorno per soddisfare la accresciuta domanda di petrolio. Quindi de facto Salem el-Badri dice che la OPEC non sarà in grado di soddisfare la richiesta. Questo significa che abbiamo un problema serio?

BIROL:
Effettivamente. Questa è la ragione per la quale quest’anno abbiamo annunciato una situazione di ‘strozzatura delle riserve’. C’è un gap tra la domanda globale di petrolio e la quantità che è o può essere portata sul mercato da quella regione. Pensiamo che i produttori di petrolio dovrebbero aumentare la propria produzione considerevolmente, ma non siamo sicuri che lo faranno o anche solo che possano farlo.

SCHNEIDER:
Crede che non abbiano intenzione di farlo?

BIROL:
Guardiamo i numeri: entro il 2015 ci sarà un gap tra ciò che ci attendiamo e ciò che i produttori sono in grado o vogliono fare per aumentare la propria capacità di produzione. Questo gap mostra la fotografia reale e seria del mercato del petrolio. Potrebbe significare strozzatura delle riserve e scalata dei prezzi.

SCHNEIDER:
Quindi ciò che si trova nel rapporto WEO sarebbe piuttosto – se mi posso esprimere in questo modo – una lista dei desiderata?

BIROL:
La possiamo mettere così. Penso che stiamo per assistere ad un nuovo ordine petrolifero mondiale. I nuovi attori, che decidono quanto petrolio sia destinato al mercato, sono per lo più compagnie petrolifere pubbliche. Per un certo numero di ragioni le cose non saranno più così facili come lo sono state finora.

SCHNEIDER:
L’Energy Watch Group ha sottolineato nei propri studi che i giacimenti petroliferi in Medio Oriente sono probabilmente stimati due volte più grandi di quanto non siano. Quando chiedete ai paesi del Medio Oriente di incrementare la propria capacità di produzione, quanto è accurata la vostra conoscenza delle dimensioni dei loro giacimenti e della quantità di petrolio che questi paesi potrebbero produrre, se decidessero di farlo?

BIROL:
Stiamo parlando di un problema davvero importante. Il risultato più importante che mi attendo da WEO 2008 è una maggiore trasparenza riguardo alle riserve delle compagnie sia nazionali che internazionali.

SCHNEIDER:
A che cosa si sta riferendo?

BIROL:
Si ricordi che una nota compagnia petrolifera internazionale ha recentemente avuto dei problemi a causa proprio della mancanza di trasparenza. Quindi la AEI auspica maggiore apertura e trasparenza riguardo ai dati sulle riserve – si tratta di beni nazionali dei singoli paesi, ma il resto del mondo, le altre economie, il benessere comune di tutti dipende da queste risorse. Al momento navighiamo a vista, e abbiamo disperatamente bisogno di dati affidabili al riguardo.

SCHNEIDER:
Può la trasparenza, da sola, aiutare?

BIROL:
Anche ammettendo che le riserve dell’Arabia Saudita siano stimate più grandi del 50%, questo paese potrebbe incrementare la propria produzione da 12 milioni a 18 milioni di barili al giorno. Ma non penso che incrementeranno la propria produzione così tanto nei prossimi 25 anni. Ci sono, alla base, tre problemi: la geologia, gli investimenti e le politiche dei principali produttori. La coesistenza di questi tre aspetti rende il futuro del petrolio molto difficile.

SCHNEIDER:
Guardando a questi paesi, ci sono anche grossi problemi con la Russia e le sue politiche restrittive contro le compagnie internazionali orientate al mercato come ad esempio la Yukos [5]; l’Iran e l’Iraq sono punti caldi della crisi internazionale, l’Arabia Saudita ha una politica davvero riluttante, e sembra difficile da raggiungere per le compagnie occidentali…

BIROL:
Infatti, ma è un comportamento perfettamente legittimo.

SCHNEIDER:
… e infine il Venezuela, che ha appena fermato le proprie esportazioni di petrolio alla Exxon Mobil. Questi paesi possiedono complessivamente il 60% delle riserve petrolifere del globo. Ma de facto non abbiamo accesso a queste riserve, né politicamente, né economicamente.

BIROL:
Questo è causa di enormi tensioni per chiunque nel nostro sistema economico. Quando guardo al futuro, vedo tre sfide strategiche nel settore energetico: la prima è la sicurezza legata a petrolio e gas. Recentemente la Russia ha abbassato la propria fornitura di gas all’Ucraina del 25%. La seconda sono i cambiamenti climatici. E la terza, e bisogna ammettere che non se ne parla molto, è la connessione tra energia e povertà, per esempio in Africa. Oggi 1.6 miliardi di persone, ovvero un quarto della popolazione mondiale, non ha accesso all’energia elettrica.

SCHNEIDER:
Saremo in grado di rispondere positivamente a tutte e tre le sfide?

BIROL:
Se guarda alle dimensioni, non credo che i mercati da soli siano in grado di risolvere questi problemi. Non possiamo lasciare tutto quanto al mercato. I governi delle nazioni così come le istituzioni internazionali devono aiutare a definire delle regole, e seguirle. Il problema è troppo importante.

SCHNEIDER:
Non siete i soli a lanciare l’allarme riguardo alla scarsità delle riserve – l’amministratore delegato della Shell, Jeroen Von der Veer, ha ammesso per la prima volta al World Economy Summit [6] a Davos che il petrolio e il gas così come li utilizziamo ora non saranno sufficienti a coprire la domanda mondiale dall’anno 2015 in poi. Questo non ci porterà ad un ulteriore abbassamento della produzione?

BIROL:
Molte persone ora pensano che la produzione mondiale di petrolio e gas saranno un grosso problema davvero presto, ma questo non è solo dovuto al consumo delle risorse. La mancanza di investimenti è un altro problema, così come il fatto che alcuni paesi non vogliano aumentare la produzione.

SCHNEIDER:
Cosa per la quale non possiamo biasimarli, d’altra parte…

BIROL:
No, infatti. Prima di arrivare all’AIE ho lavorato per l’OPEC, a Vienna. E ogni persona che si occupava di petrolio aveva lo stesso pensiero: non usare tutto il petrolio disponibile oggi, ma lasciarne un po’ per figli e nipoti, in modo che siano in grado anche loro di trarne profitto. E io questo lo comprendo. In molti paesi produttori di petrolio, il petrolio è la sola, o almeno la più importante fonte di guadagno.

SCHNEIDER:
Quindi quali sono le sue conclusioni?

BIROL:
Sarei molto stupito se la produzione di petrolio nei prossimi 20 o 25 anni crescesse senza sforzo fino ad arrivare, diciamo, a 120 milioni di barili al giorno. Anche se ci fosse del potenziale a disposizione, non riusciremo a portare tutto questo petrolio sui mercati. La conclusione è che dobbiamo essere preparati ad un mercato turbolento, restrittivo e con prezzi alti – e questo non sarà un bene per l’economia in generale.

SCHNEIDER:
Supponiamo che i prezzi salgano: chi sarà colpito per primo?

BIROL:
La questione sarà chi potrà permettersi x dollari per barile. Qualcuno potrà, qualcuno no. I paesi dell’OCSE saranno tra quelli fortunati, ma i paesi in via di sviluppo…

SCHNEIDER:
… saranno i perdenti …

BIROL:
Esattamente.

SCHNEIDER:
Se comprendo correttamente, lei sta dicendo che la domanda di petrolio potrebbe salire globalmente del 3% ogni anno, mentre ci dobbiamo attendere un decremento della produzione del 4% annuo a partire da ora fino al 2015. Ciò significa un 7% mancante ogni anno.

BIROL:
La domanda potrebbe crescere un po’ pi˘ lentamente. Ma potrebbe lo stesso esserci un largo gap tra domanda e offerta, specialmente se non iniziamo ad impegnarci in modo serio per aumentare l’efficienza nei consumi delle automobili o non ci rivolgiamo a mezzi di trasporto alternativi. Se non prendiamo contromisure sul fronte dei consumi, la domanda continuerà a crescere. E se non avremo investito abbastanza nella produzione di petrolio, ci troveremo davvero in difficoltà.

SCHNEIDER:
Ma quando si pensa al ciclo di vita dei beni, ai cicli delle macchine ad alto investimento, agli impianti di produzione di potenza o ai sistemi di aria condizionata: lei pensa che un cambiamento nelle abitudini di consumo in direzione di una riduzione possa essere ottenuto così velocemente?

BIROL:
No, ma non penso neppure che i prezzi incrementeranno così rapidamente. Possiamo prevedere un progresso graduale che consentirà alle persone di adattarsi. Ma a lungo termine questo deve essere chiaro: che il petrolio si esaurisca nel 2030, 2040 o 2050 non cambia molto.

SCHNEIDER:
Dice davvero?

BIROL:
Certo, un giorno o l’altro sarà completamente esaurito. E io penso che dovremmo abbandonare il petrolio, prima che sia il petrolio ad abbandonare noi. Questo dovrebbe essere il nostro motto. Quindi dovremmo prepararci per quel giorno: attraverso lo sviluppo di alternative al petrolio, e la ricerca su quali standard di vita vorremo mantenere e sulle alternative che possiamo trovare.

SCHNEIDER:
Come reagirà l’economia globale ad una nuova crisi del petrolio?

BIROL:
Con un gap importante tra domanda e offerta, le economie saranno pesantemente colpite – seppure con grandi differenze nel mondo. L’economia tedesca soffrirà meno di quella dei paesi della cintura dello Sahel [7]. Nondimeno ci aspettiamo minore crescita economica, aumento dell’inflazione e della disoccupazione anche per i paesi dell’OCSE.

SCHNEIDER:
E i paesi poveri?

BIROL:
Nei paesi poveri, la più parte dei quali nell’Africa Nera, India e paesi simili, gli effetti saranno molto più devastanti. Abbiamo stimato per esempio che i paesi importatori di petrolio nell’Africa Nera hanno subito una flessione del tre percento nella propria crescita economica a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio. Non dovremmo poi scordarci che la metà delle persone in questi paesi vive al di sotto della soglia di povertà di un dollaro al giorno.

SCHNEIDER:
Prevede anche il pericolo di conflitti militari tra paesi con alte risorse e paesi con poche risorse, a causa delle tensioni sul mercato del petrolio?

BIROL:
In veste ufficiale non parlo spesso di guerra e questioni simili. Ma quel che le posso dire è che le questioni energetiche e la geopolitica sono fin troppo intrecciate. Le riserve energetiche stanno diventando sempre di meno una questione economica, e sempre di più una questione economica e
geopolitica! Questa è una pessima notizia, e non mi piace per nulla. Abbiamo bisogno di aprire un dialogo tra produttori e consumatori.

SCHNEIDER:
Ha fatto riferimento al fatto che siamo alla vigilia di un nuovo ordine mondiale per quanto riguarda l’energia. Chi sono i nuovi attori?

BIROL:
Dal punto di vista dei consumi Cina e India. Erano molto piccoli sul mercato e sinora non li abbiamo visti molto nella partita energetica. Sono stati attori marginali fino ad adesso, ma si stanno evolvendo in protagonisti veri e propri.

SCHNEIDER:
E dal punto di vista dei produttori?

BIROL:
Ci sono i maggiori paesi produttori: Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, gli Emirati Arabi e la Russia. Tutti questi paesi hanno una cosa in comune: la produzione petrolifera è regolara da compagnie pubbliche invece che dal libero mercato. Questo cambia le regole del gioco. Non solo ci sono nuovi attori, ma anche una situazione completamente nuova. I paesi ricchi dell’OCSE divengono sempre di meno rilevanti. Sono ancora molto importanti, ma giocheranno un ruolo sempre più marginale in prospettiva futura.

SCHNEIDER:
Quindi l’intera economia mondiale dipende da pochi paesi produttori di petrolio – e quei paesi che lei ha appena nominato non sono molto democratici.

BIROL:
Ogni nazione ha il sistema politico che ha stabilito per se stessa. Ciò che ci piacerebbe vedere, tuttavia, sarebbe l’apertura dei mercati in quei paesi. La libera circolazione dei capitali sarebbe cruciale, in modo che tutti siano in grado di investire in quel che ritengono opportuno. Ma alla fine queste nazioni sono libere. Possono decidere quale politica energetica e quale sistema politico vogliono adottare.

SCHNEIDER:
Che cosa significa questo per noi?

BIROL:
Almeno che dobbiamo renderci conto che il petrolio e il gas per i nostri consumi verranno da paesi dove sono le compagnie pubbliche a decidere della produzione. E’ una differenza rispetto al passato dove erano compagnie governate dal mercato a rifornirci. Questo è un cambiamento importante.

SCHNEIDER:
L’AIE ha il mandato di mantenere sotto controllo il mercato del petrolio e di avvertire i paesi dell’OCSE quando ci potrebbero essere problemi o ammanchi nel mercato petrolifero globale. Quanto sono forti ora le vostre campane di allarme?

BIROL:
Stiamo parlando di due funzioni differenti ora. La prima è che possiamo immettere riserve nel mercato quando non ci sia fisicamente abbastanza risorsa per incontrare la domanda. Lo abbiamo fatto per esempio nel 2005, quando l’uragano Katrina ha colpito gli Stati Uniti. Il secondo compito è, come lei dice, quello di ‘suonare l’allarme’. Questo è quello che abbiamo fatto lo scorso anno.

SCHNEIDER:
Avete già suonato le campane d’allarme? Quando?

BIROL:
Con il World Energy Outlook del 2007. Era un chiaro segnale ai governi di tutti i nostri paesi membri. Considerano la sicurezza energetica e petrolifera molto più importante di prima, ora. E quando presenteremo il WEO 2008 il prossimo Novembre, è possibile che le sirene suonino ancora più forte.

SCHNEIDER:
Ma non avete modo di convocare tutti i capi di stato o i ministri dell’economia e di discutere con loro della crisi degli approvigionamenti petroliferi?

BIROL:
Abbiamo procedimenti di crisi di questo tipo. La chiamiamo situazione di emergenza e siamo in grado di scambiare informazioni con i governi di tutti gli stati membri nel giro di poche ore, se necessario. Lo abbiamo fatto nel caso di Katrina.

SCHNEIDER:
Non percepisce una differenza in quel caso? Da una parte una crisi che è causata da un disastro naturale che distrugge alcune piattaforme di estrazione, dall’altra qualcosa come una emergenza sul lungo termine…

BIROL:
Sì – e questo è il motivo per il quale abbiamo chiesto ai nostri stati membri di modificare le proprie politiche. Recentemente gli Stati Uniti e il Giappone hanno testato nuove automobili per ridurre i consumi. Abbiamo un bisogno disperato di nuove regole e di nuovi standard in tale
direzione. L’Europa sta cercando di raggiungere gli stessi standard, ma conosco alcuni paesi che avranno delle serie difficoltà a riguardo.

SCHNEIDER:
Come ad esempio la Germania.

BIROL:
Sono ancora riluttanti a mettere queste soluzioni in opera. Ma credo che stiamo mandando un messaggio chiaro in questa direzione. Tutti questi sono esempi di come stiamo suonando le campane di allarme, e di come le stiamo suonando forte. Le posso dire che sono davvero compiaciuto di vedere molti ministri che si muovono nella giusta direzione ora – ma non è ancora abbastanza. Specialmente se si dimensionano le contromisure all’entità dei problemi che dobbiamo affrontare.

SCHNEIDER:
Ma non è giunto il momento di mandare un segnale chiaro? Specialmente visto che un sacco di denaro è male investito dai paesi dell’OCSE – per esempio nella costruzione di nuovi aeroporti, anche se non ci sarà mai abbastanza petrolio per sostenere la crescita del traffico aereo?

BIROL:
Non diciamo questo solo ai nostri paesi membri, ma anche a Pechino e Nuova Delhi. Abbiamo spiegato ai nostri colleghi cinesi e indiani quanto una maggiore efficienza energetica potrebbe aiutarli, come i trasporti pubblici potrebbero cambiare le loro vite e dove dovrebbero andare gli investimenti in infrastrutture. Ma alla fine spetta ai governi accettare i nostri consigli o meno.

SCHNEIDER:
In prospettiva della crisi che si comincia a intravedere, non sarebbe il momento giusto per convocare una conferenza governativa sul tema dell’energia?

BIROL:
Stiamo discutendo e controllando regolarmente la situazione. Il prossimo passo importante sarà il WEO 2008. Nel 2009 inviteremo un meeting ministeriale e mi attendo la sicurezza energetica tra le questioni più importanti da discutere, insieme al cambiamento climatico. Ma ancora: è compito dei governi agire, ora. Noi li abbiamo avvertiti.

SCHNEIDER:
Finora abbiamo parlato del petrolio perchè ha l’impatto maggiore sulla questione energetica globale. L’Energy Watch Group ha detto che non si può semplicemente raddoppiare l’uso del carbone o dell’uranio, quando il petrolio comincerà scarseggiare. A parte le questioni climatiche, neppure
queste sorgenti di energia sono inesauribili. Che cosa dice l’AIE a proposito?

BIROL:
C’è una differenza tra carbone e uranio. Il carbone è una risorsa globale, si trova praticamente dappertutto e ne abbiamo larghe riserve. Ma il problema è – se lasciamo per un momento da parte la questione climatica – che sta diventando sempre più difficile trasportare il carbone dalle miniere ai centri di consumo. Dopo avere parlato a lungo dei prezzi del petrolio, mi lasci dire che il prezzo del carbone è più che raddoppiato dall’inizio del 2006. Anche i prezzi del carbone aumentano, perchè la Cina è diventato un importatore importante, mentre non vediamo un aumento adeguato della produzione da nessuna parte.

SCHNEIDER:
Come considera la situazione dell’uranio? Oggi solo il 60% delle riserve impiegate proviene dai giacimenti; il resto proviene da stoccaggi che saranno esauriti presto.

BIROL:
Per quanto riguarda le riserve di uranio non vediamo problemi fino alla fine del 2015 o 2020, ammesso che si proseguano gli sforzi di esplorazione in regioni chiave come il Kazakhistan, l’Australia, il Sud Africa, e altrove. Non penso che le riserve di uranio siano il maggiore problema dell’economia nucleare: E’ più una questione di accettazione pubblica.

SCHNEIDER:
Alla luce dei problemi di approvvigionamento di petrolio, carbone e gas l’OCSE, l’AIE e le Nazioni Unite suggeriscono la costruzione di nuovi impianti nucleari per combattere il cambiamento climatico. Tuttavia avremmo bisogno di triplicare o quadruplicare il numero degli impianti nucleari per essere in grado di produrre abbastanza potenza per fare la differenza.

BIROL:
Per limitare il riscaldamento globale a due gradi Celsius dobbiamo cambiare il nostro sistema di produzione energetica. Ci sono quattro modi di fare questo in modo da non impattare sull’ambiente: efficienza energetica, energie rinnovabili, abbattimento dell’anidride carbonica e energia nucleare. Se si ripartisce ugualmente la necessaria riduzione della CO2 con queste tecniche, dovremmo costruire 30 nuovi impianti nucleari nel mondo ogni anno. Questo è praticamente impossibile. Attualmente stiamo costruendo 1.5 nuovi impianti nucleari all’anno.

SCHNEIDER:
Quindi un rinascimento dell’energia nucleare è completamente fuori questione?

BIROL:
Il nucleare dovrebbe almeno provvedere al 15% della domanda di energia globale. Quando le persone del mio paese mi chiedono se dovrebbero costruire un impianto nucleare, spiego loro i vantaggi e gli svantaggi. Ma dico anche loro che un reattore nucleare non dovrebbe essere costruito contro il volere delle persone che dovranno vivere in quei paraggi. Potrebbe essere una buona cosa per l’economia globale, una buona cosa per la sicurezza energetica e una buona cosa per la protezione del clima, ma quando i cittadini hanno un problema, siamo davvero costretti a prenderlo in considerazione.

———————-

Note del traduttore

[1] L’Agenzia Internazionale dell’Energia è una organizzazione fondata dai paesi dell’OCSE nel 1974 in seguito alla crisi petrolifera. Lo scopo dell’agenzia è quello di coordinare le politiche dei paesi membri per prevenire o governare le crisi negli approvvigionamenti energetici.

[2] Il World Energy Outlook (WEO) èil rapporto annuale pubblicato dalla AIE.

[3] L’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) Ë l’organizzazione intergovernativa dei maggiori paesi produttori petroliferi mondiali.

[4] L’Energy Watch Group è un gruppo indipendente di ricerca tedesco fondato da Hans-Josef Fell, politico dei Verdi.

[5] La Yukos è una compagnia petrolifera russa costituita in seguito ad un processo di privatizzazione di due precedenti compagnie governative sovietiche nei primi anni Novanta.

[6] Il World Economic Summit è l’incontro annuale del World Economic Forum, al quale partecipano esponenti politici, attori economici cosÏ come esponenti della società civile.

[7] La regione africana tra il deserto del Sahara a Nord, e le regioni più fertili nel Sud del continente. Ne fanno parte Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Chad, Sudan e Eritrea.

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Articolo originale su Internazionale Politik (tedesco)
Tradotto da una versione inglese dello stesso articolo.
Trad. francesca b

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4 Risposte to “Sirene d’allarme”

  1. Maurizio Says:

    Leggo con apprensione le note tradotte, un unico pensiero e preoccupazione…… i miei figli ed i miei nipoti e chunque verrà dopo di noi. Svegliamo le nostre coscienze e scendiamo da questo treno impazzito.
    Grazie per il vostro lavoro.

    Maurizio

  2. Cristiano Says:

    Niente ci impedisce di preparare per figli e nipoti un mondo molto più bello di questo, davvero niente, l’unico ostacolo è la nostra volontà. Dai una mano anche tu al cambiamento, più siamo prima facciamo…

  3. In diretta dal G8 « Io e la Transizione Says:

    […] quanto usi toni più moderati rispetto al suo collega Fatih Briol (sicuramente la circostanza richiedeva maggior attenzione) il quadro rimane piuttosto chiaro, […]

  4. Un paio di articoli sul petrolio « Io e la Transizione Says:

    […] di un’intervista di Le Monde (qui il testo originale) al nostro “vecchio amico” Fatih Briol (Capo Economista IEA), quello che ha creato lo slogan “Lasciamo il petrolio prima che lui […]

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