Verso il cuore

Fino a qui abbiamo disegnato l’inquietante scenario prodotto dal sommarsi del Picco del Petrolio con il Global Warming. Proviamo a dare per scontata la “tragedia” imminente e a valutarne le conseguenze immaginando alcuni degli scenari possibili.

Primo scenario – La catastrofe
Il picco arriva velocissimo e noi lo aspettiamo facendo finta di nulla. In poco tempo si crea un collasso energetico e conomico mondiale con conseguenze difficili da immaginare: guerre, regeressione a una sorta di barbarie globale.

Ok, questo non mi piace proprio.

Secondo scenario – Il magico elisir
Prima che tutto crolli qualche genio inventa una forma di energia pulita, rinnovabile e dispiegabile su scala globale in pochissimi anni. Quindi riconvertiamo semplicemente l’economia incentrandola su questa nuova tecnologia e si va avanti come nulla fosse.

Non c’è niente di simile all’orizzonte, ma sperare non costa nulla. Potrebbe succedere, potrebbero arrivare gli extraterrestri buoni a salvarci, potremmo scoprire il moto perpetuo… nel frattempo però pensiamo anche a un piano B.

Terzo scenario – Tecnologie verdi
In questo scenario le energie rinnovabili e le tecnologie verdi sostituiscono quelle attuali permettendoci di continuare la nostra strada quasi come se nulla fosse successo.

Non sarebbe male, ma occorrerebbe probabilmente molto più tempo a disposizione rispetto a quello di cui disponiamo

Quarto scenario – La Transizione
La transizione prevede la presa di coscienza del fatto che andremo verso un periodo di scarsità delle risorse energetiche e coglie la palla al balzo per riorganizzare economia e società secondo criteri di sostenibilità e resilienza, in modo da affrontare la crisi preparati e coglierne le opportunità. Nel fare ciò si correggono alcuni malintesi di fondo e alcune aberrazioni macroscopiche che si sono prodotte in questo periodo di 150 di euforia energetica.

In particolare la transizione vuole ricondurre i modelli sociali e di sfruttamento delle risorse a una dimensione che riconosca e rispetti i limiti biologici del pianeta. L’abbondanza energetica ci ha condotto ad atteggiamenti che sono lontanissimi da quelli che si producono in natura.

Questo perché ad un certo punto nel corso della storia abbiamo cominciato a considerarci “altri” rispetto al pianeta e alle sue risorse. Abbiamo pensato che le regole che valevano per tutti gli altri sistemi naturali non valessero per noi, ora appare evidente che sbagliavamo.

L’abbondanza di energia a basso prezzo ci ha spinti verso la globalizzazione. Coltiviamo il grano in un angolo del mondo per poi spostarlo e consumarlo a migliaia di chilometri di distanza. Possiamo farlo perché l’enorme quantità di energia necessaria allo spostamento era fino ad oggi disponibile a costi stracciati. Ci sono prodotti che fanno due o tre volte il giro della terra prima di arrivare al consumatore finale, non c’è nulla di logico in questo, nulla di naturale e nulla di saggio.

La natura invece si organizza sempre per produrre il massimo risultato con la minima energia possibile. La natura tende a produrre sistemi in cui i vari componenti si sostengono e si supportano vicendevolmente, in cui le regole sociali puntano al bene comune.

L’uomo invece si è fatto tentare da questa immensa quantità di energia che sgorga dal suolo e ha cominciato a costruire il proprio sistema con un’architettura sbilenca e viziata, basata sullo squilibrio, incredibilmente fragile perché completamente incentrata su poche risorse non rinnovabili.

Il petrolio ci ha perfino impedito di fare ricerche nelle direzioni giuste. Per esempio siamo riusciti a creare il kevlar, un filamento resistentissimo (viene usato anche nei giubbotti antiproiettile) con un processo chimico che richiede grandi apporti energetici. Eppure il ragno crea a temperatura embiente un filamento molto più resistente del kevlar e non usa alte temperature nè petrolio. Ma ci stiamo preoccupando solo ora di capire come faccia, così come solo ora riflettiamo a fondo sulla straordinaria efficienza energetica della fotosintesi che avviene nelle foglie degli alberi.

Erano processi che non ci interessavano, tanto avevamo energia da vendere.

L’altro aspetto drammatico e che gran parte delle risorse petrolifere sono concentrate in alcune parti del mondo. Così, praticamente da sempre, se si sovrappone la mappa dei conflitti a quella dei giacimenti, si trova che combaciano in modo perfetto.

La nostra voracità energetica non ha fatto che aumentare le tensioni e spingere enormi fette della popolazione umana in condizioni di estrema povertà portando poi i paesi più poveri a cedere le proprie risorse a condizioni indecorose solo per ritrovarsi ancora più poveri in una spirale senza fine.

Ora che Cina e India alzano la testa e cominciano a reclamare quello che noi (occidente) ci concediamo da anni, la fragilità e l’insostenibilità del modello appare drammaticamente evidente.

Capito tutto questo, la Transizione propone un modello diverso, ispirato alla Permacultura (disciplina che in Italia è praticamente sconosciuta). La Permacultura studia il modo in cui la natura si organizza e ne imita le strategie applicandole agli insediamenti umani, all’agricoltura, all’economia fino a diventare una vera e propria filosofia generale.

Seguendo la logica della Permacultura la Transizione propone:

  1. La rilocalizzazione delle risorse fondamentali della comunità (cibo, energia, edilizia, sanità, oggetti d’uso primario).
  2. La ricostruzione di un florido sistema economico locale (chi gode dei soldi che guadagni?)
  3. La riqualificazione delle persone (quante cose sai fare che servono davvero a qualcosa?)
  4. La riduzione del fabbisogno energetico e l’uso attento delle risorse (la natura non spreca e se ci pensate bene il concetto di “rifiuto” in natura non esiste)
  5. Una rivoluzione che nasce dal basso, un percorso in cui la comunità individua e attua le soluzioni che ritiene più efficaci e progetta il proprio futuro partendo da piccoli gruppi di cittadini.

Meraviglioso effetto collaterale di questo impegno è quello in cui la folla di individui prodotta dall’attuale economia di mercato ridiventa Comunità, organismo sociale fatto di interconnessioni e relazioni umane.

Nei prossimi post affronterò questi punti in modo molto concreto, si parlerà di carote e cacca di gallina, di moneta locale e di energia rinnovabile, di case passive e di efficienza energetica, di agricoltura biologica e di salute pubblica.

Da domani entriamo nel Cuore.

Segue…

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4 Risposte to “Verso il cuore”

  1. Rilocalizzazione delle risorse « Io e la Transizione Says:

    […] Ho solo iniziato a scalfire il potenziale del processo di rilocalizzazione, ma preferisco fermarmi qui e tornare sull’argomento via via che vi racconto degli altri punti del mio elenco. […]

  2. Vacanze e novità « Io e la Transizione Says:

    […] però devo finire il mio tentativo, cominciato in questo post, di sintetizzare le proposte chiave del movimento di Transizione. Abbiamo già parlato […]

  3. Dei se e dei ma « Io e la Transizione Says:

    […] Segue… […]

  4. Dario Tamburrano Says:

    Vi segnalo questo avanzamento della teconologia che sta raggiungendo ottimi risultati nell’ottenere energia copiando il processo della fotosintesi. Se ci riesco lo traduco a breve. Il futuro non è nello sfruttare la natura depredandola, ma nel carpire i segreti dei suoi efficientissimi meccanismi e copiarli. Tante volte l’umanità ha fatto giri enormi per poi scoprire che le soluzioni erano già state sviluppate dal mondo naturale in modo molto migliore di qualsiasi tecnologia “euclidea”

    http://esciencenews.com/articles/2009/03/11/turning.sunlight.liquid.fuels

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